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Salvatore Spedicato, Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990,
mostra a cura di Massimo Guastella
Accademia di Belle Arti di Lecce
10-26 giugno 2026

la locandina della mostra di Salvatore Spedicato, Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990

la locandina della mostra di Salvatore Spedicato, Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990

C’è un paradosso silenzioso nel cuore della mostra che l’Accademia di Belle Arti di Lecce dedica a Salvatore Spedicato: le opere esposte (sculture a tutto tondo, rilievi a parete, acqueforti) appartengono agli anni Ottanta, eppure parlano con una voce che non ha mai smesso di essere presente. Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990, visitabile fino al 26 giugno 2026 negli spazi dell’Accademia leccese, non è un omaggio nostalgico né una semplice operazione archivistica. È piuttosto un atto di restituzione: al territorio, alla memoria dell’istituzione, e a una produzione plastica che, rimasta per lungo tempo nell’ombra della più celebre attività monumentale e pubblica dell’artista, rivela ora tutta la propria densità.

Spedicato è una figura cardine della cultura artistica salentina. Dal 1971 al 2006 ha tenuto la cattedra di Scultura all’Accademia di Lecce, assumendo dal 1979 la direzione dell’istituto per un lungo periodo: oltre tre decenni in cui la trasmissione del sapere plastico si è intrecciata con una ricerca personale instancabile, svolta in parallelo all’attività didattica con la discrezione di chi non ha bisogno di palcoscenici per pensare. Ma questa riservatezza non va confusa con assenza di percorso. La sua traiettoria è tutt’altro che lineare: dagli anni Sessanta e Settanta, segnati dalle esperienze cubo-espressioniste e geometrico-costruttiviste, l’artista approda a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta a un recupero consapevole della propria matrice mediterranea, messapica e magno-greca — un ritorno alle radici che non è nostalgia ma scavo antropologico, ricerca di una “qualità permanente” della scultura capace di sottrarsi alla contingenza del tempo.

Salvatore Spedicato, Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990. Gallery, crediti per le foto: Antonella Buttazzo

È in questo orizzonte che il tema della Venere acquista tutto il suo peso. Non è un pretesto decorativo né una concessione all’iconografia classica: è una scelta di campo, e una scelta densa. Nella Teogonia di Esiodo, Afrodite nasce dalla spuma del mare che si forma attorno ai genitali di Urano recisi e gettati in acqua. Non una nascita serena quindi, ma un’emersione violenta dal caos primordiale, un corpo che si forma là dove il dissolvimento e la creazione si toccano. È questa Venere che sembra abitare il lavoro di Spedicato: non quella levigata e olimpica, non la dea del desiderio addomesticato. La tradizione platonica aveva sdoppiato la figura in due nature distinte: la Venere Urania, celeste e spirituale, e la Venere Pandemos, terrena e carnale. E quest’ultima tensione non si risolve ma si mantiene nella scultura dell’artista come una forma privilegiata di espressione: il corpo è sempre insieme materia e idea, peso e forma, presenza sensibile e simbolo. Nell’arco di un decennio, tra il 1981 e il 1990, Spedicato torna con ostinazione su questa figura, declinandola attraverso materiali, scale e tecniche diverse (terracotta, ottone, ferro, vetroresina, rame) che non sono scelte neutre ma definiscono ogni volta una diversa qualità della presenza. La scultura a tutto tondo restituisce il corpo nella sua pienezza volumetrica; i rilievi a parete ne esplorano la soglia tra presenza e immagine; le acqueforti ne tracciano il profilo con il segno inciso, irrevocabile.

A spiegare il senso profondo di questa scelta è lo stesso artista, con una chiarezza che vale più di molte interpretazioni critiche:

«Il mito è un movente dell’agire, fuori dallo spazio e dal tempo; sfugge dalla gabbia della razionalità e alla dittatura della tecnologia industriale. La memoria mediterranea va oltre l’orizzonte della storia, senza spazio e senza tempo».

Un pensiero che trova un’inattesa consonanza con Zygmunt Bauman, citato da Spedicato stesso: nella Retrotopia, il sociologo polacco teorizza la necessità di un “cammino a ritroso” non come fuga nel passato ma come processo di purificazione, un modo per ritrovare ciò che la modernità ha disperso. È esattamente questo il movimento che le sculture in mostra compiono: non il rimpianto di un’età dell’oro, ma il recupero di costanti antropologiche che rendono il mito mediterraneo un linguaggio ancora capace di parlare al presente. Di fronte alla “morte dell’arte” profetizzata da Hegel e incarnata nelle derive concettuali e costruttiviste del Novecento, Spedicato oppone una risposta semplice e radicale:

«L’arte non muore, perché finché c’è l’uomo con i suoi sentimenti, l’arte non muore».

Ciò che rende questa produzione davvero singolare è la concezione dello spazio scultoreo che la governa. Spedicato costruisce quello che la critica ha efficacemente definito “teatrini plastici”: piccole architetture della visione in cui la figura mitologica è inquadrata da una cornice-boccascena — colonne ioniche, archi, portali stilizzati, lune — che non è semplice ornamento ma soglia, limite valicabile tra la dimensione naturale e quella mitica. La Venere emerge dalla conchiglia dischiusa, i piedi affiorano dalle onde dorate, il simbolo lunare fa da pendant alla conchiglia che la dea reca in mano: ogni elemento compositivo partecipa di una cosmologia coerente, in cui la mitologia mediterranea si incarna nella materia con la stessa necessità con cui un tempo si incideva nella pietra dei santuari dell’Ellade. La morbidezza e la rotondità delle forme restituiscono l’archetipo nella sua dimensione primordiale, quindi, non la Venere ellenistica già addomesticata dal gusto, ma la dea della fertilità che precede ogni codificazione estetica.

La scelta del piccolo formato è, in questo contesto, tutt’altro che marginale. La materia viene interrogata da vicino, senza la mediazione della distanza scenografica che impone il monumento: il “togliere” della scultura diventa qui un “aggiungere” di vuoto sul pieno, trasfigurando concretamente, aerando e affinando i contorni degli elementi messi ad autorappresentarsi. Le bozze preparatorie incluse nell’esposizione (idee in divenire, tracce di un processo) amplificano questa sensazione di intimità, aprendo uno squarcio sul laboratorio mentale dell’artista.

La risposta di Spedicato, in questo decennio di lavori, è quella di chi non separa mai la forma dal pensiero, né il pensiero dalla terra in cui affonda le radici. La Venere che nasce e rinasce nelle sue sculture porta con sé il peso della civiltà mediterranea filtrata attraverso la sensibilità di un artista salentino che ha saputo fare della propria specificità geografica e culturale non un limite ma una profondità. Guardarla significa capire qualcosa della maniera in cui quest’uomo ha inteso il proprio tempo: non come accumulo di opere da consegnare alla posterità, ma come esercizio continuo di attenzione verso ciò che, dal fondo del mito, continua a prendere forma.

La mostra, curata da Massimo Guastella, si inserisce in un progetto più ampio avviato dall’Accademia leccese: un percorso di valorizzazione della propria memoria istituzionale che ha già reso omaggio a docenti come Salvatore Sava e Luigi Spanò, e che con Spedicato trova forse il suo capitolo più emblematico. Il catalogo, realizzato da Sfera Edizioni Bari, completa il progetto con una funzione dichiaratamente critica e documentaria: non un semplice corredo ma uno strumento di studio destinato a durare oltre la durata della mostra stessa. Contemporaneamente, le sale dell’Accademia ospitano Outside the Academy. Alumnae & Alumni (generazioni 1930–1979), rassegna collettiva dedicata agli ex studenti che hanno attraversato quelle aule lasciando tracce durature, e l’opera site-specific Key of Lecce dell’artista albanese Alfred “Milot” Mirashi, un lavoro in acciaio corten di oltre due metri destinato a diventare installazione permanente. Tre mostre che parlano lingue diverse ma che condividono un’unica domanda: cosa significa fare arte in un luogo, nel tempo lungo di una comunità?

Nascita di Venere. Sculture e acqueforti 1981–1990 è visitabile presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce (Via G. Libertini, 3) fino al 26 giugno 2026.