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In questi giorni in cui tutti restiamo a casa la mente torna a luoghi e paesaggi meravigliosi che, a due passi da casa, riescono a fare sognare e a viaggiare con il pensiero e le emozioni.

Era un largo tratto di macchia mediterranea alla periferia del paese che si spingeva fin sulla pilaia, con alle spalle i resti di un grande stabilimento chimico…sono le parole di Andrea Camilleri che, nella prima pagina de La forma dell’acqua ci spingono a cercare il luogo reale che deve aver colpito l’immaginazione del grande siciliano. Non sappiamo se quel luogo dell’immaginazione dello scrittore sia mai esistito ma c’è un luogo, naturalmente in Sicilia, a poca distanza da Scicli, nel piccolo borgo di pescatori di Sampieri, dove gli sceneggiatori del Montalbano televisivo hanno ricreato quell’immaginario letterario e dato forma alla Mànnara.

Poche case di pietra e mattoni, vie lastricate che corrono fino sul lungomare, case di pescatori che sono diventati ormai quasi tutti agricoltori e ospitano i turisti che ogni estate raddoppiano il migliaio di abitanti: questo è Sampieri e si affaccia su una lunghissima spiaggia sabbiosa che termina su una punta a scogliera. Camminiamo sulla battigia e superiamo l’oasi naturale di Costa di Carro con le sue palme nane e le agavi, per raggiungere “u sabbilimientu bruciatu, come lo chiamano qui, la fabbrica bruciata, la mànnara di Montalbano.

Sembra una basilica civile, fatta di grandi blocchi di pietra colore del miele, con tre navate su cui si aprono archi a pieno sesto al piano terreno, e grandi finestre a bifora ai piani superiori; entrando immaginiamo un grande tetto a capriate sulla navata centrale e lunghe travate sulle laterali che oggi però non esistono più, bruciate con tutto ciò che non era di pietra nel violento incendio del 26 gennaio 1924. Le dimensioni sono maestose e il rudere è grande quasi come un campo di calcio, lungo 86 metri, largo circa 30 e arricchito da un’affascinante ciminiera che in origine era alta 41 metri. Il fascino nasce dalla sua condizione di rovina, come quella di un edificio antico eroso dal vento e dalla salsedine ma che conserva la memoria del passato e i colori meravigliosi della pietra immersa tra i rovi e le piante, in dialogo con il mare e il cielo, con la storia recente di questo pezzo di Sicilia.

L’ospedale Busacca di Scicli ospitò molti scampati dal tremendo terremoto di Messina del 1908 e presto fu chiaro a tutti che per la ricostruzione servivano materiali da costruzione e soprattutto tegole e mattoni. Soprattutto, questo fu chiaro a Guglielmo Penna barone di Portosalvo che nel 1909 decise di costruire una grande fornace per creare un’attività imprenditoriale innovativa per l’epoca quale fattore di sviluppo per il territorio e capace di garantire un posto di lavoro sicuro per almeno cento giovani lavoratori. La fornace, attiva dal 1912, rappresentò davvero un’attività innovativa perché nella sua architettura aulica e pregiata racchiudeva un processo produttivo all’avanguardia ideato dall’ingegner Ignazio Emmolo, socio del barone, con sedici camere disposte ad anello, polverizzatori, impastatrice ad eliche, laminatori e presse per la produzione di ogni tipo di laterizio.

Sembra ancora oggi di sentire il frastuono dei macchinari, il sudore dei ragazzi che, di età compresa tra i 16 e i 18 anni, lavoravano tra questi muri dalle 6 del mattino al tramonto, da maggio a settembre; sembra di sentire il calore dei forni, l’odore dell’argilla cotta e il desiderio dei ragazzi, vedendo il mare accanto alle finestre, di un tuffo nelle sue acque limpide. L’incendio della notte del gennaio 1924 fu certamente doloso, chi dice causato dai socialisti chi dice dai fascisti; quel che è certo è che riuscì a spegnere per sempre ogni attività e a trasformare quel gioiello della tecnologia e dell’architettura industriale in uno scheletro di pietra dal fascino inquietante ma sublime, dove il vento si incanala dalle aperture e soffia tra le fessure, mentre le onde del mare si infrangono sui resti delle banchine di carico e scarico.

Fornace Penna Montalbano Andrea Camilleri

Fornace Penna. Foto: Alessandra Randazzo

O’ Pisciuottu, il relitto di pietra colore del miele che domina Punta Pisciotto, è Un sogno fatto in Sicilia, come il Candido di Leonardo Sciascia: tra le pietre, tra le frasche, immersi nei profumi del mare, viene spontaneo, allora, tambasiare, mettersi a girellare senza uno scopo preciso ma solo per godersi questo straordinario paesaggio colorato.

Fornace Penna Montalbano Andrea Camilleri

Foto di Alessandra Randazzo

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