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la nuova opera di QUAYOLA, LUCE – Relazioni temporali e nuovi dipinti algoritmici

Lo Smart Stage del Teatro 18 di Cinecittà, uno dei più grandi d’Europa, ospita l’opera-evento digitale di Quayola 
realizzata per i 100 anni del LUCE

L’installazione girerà diversi Paesi nel mondo: vi forniremo appena possibile i dettagli e i momenti nei quali sarà possibile vederla!

Commento a cura di Alessandro Turillo:

La presentazione a Cinecittà dell’opera “Luce” di Quayola, in occasione dei cento anni dell’Istituto Luce, è un evento di proporzioni epiche, una possibile porta d’accesso alla nuova ondata di digitalizzazione dell’universo tecnologico che sta investendo la cultura contemporanea, per tutte quelle persone che vivono con enorme ritardo l’accadere del sorgere rapidissimo dell’intelligenza artificiale nella quotidianità, ma anche per chi, pur essendo esperto, non ha avuto modo di esplorare le fantasie in azione derivanti da queste nuove possibilità.

A Roma l’artista dà vita alla sua opera sul ledwall del Teatro 18 di Cinecittà: è uno dei più grandi d’Europa, una struttura semicircolare alta quasi come l’edificio che la contiene e che immette immediatamente lo spettatore in una dimensione altra rispetto a qualunque realtà visiva che sia d’uso comune oggi. In questo modo si propone un’idea di visione che è molto più ampia dello schermo di uno smartphone, rompendo ogni consuetudine adottata negli ultimi 30 anni dagli utenti che portano in tasca l’accesso continuo al mondo dell’innovazione tecnologia costante, nel campo della comunicazione.
In qualche modo viene evocata la forma del cinema delle origini: uno spazio buio ed un complesso di schermi atti a provocare uno stato quasi di trance, simile a quello che colse gli spettatori presenti all’opera dei fratelli Lumière, in quel lontano 1895.

Quando si affida il proprio archivio poetico e materiale a qualcuno, le aspettative del risultato finale sono sempre incerte, soprattutto se il tempo trascorso per la creazione di quel materiale è di cento anni. Un tempo vissuto con l’intensità di un lampo e una densità che ha cercato senza sosta di coprire l’arco cronologico della storia dell’uomo.
Quayola comincia la sua ricerca nell’Archivio Luce con algoritmi di analisi, volti a selezionare movimenti e composizioni espressive, al di là della loro chiara connotazione storica.

La finalità è quella di portare il materiale selezionato ad una svolta pittorica, lavorando quasi in una simbiosi con le macchine di calcolo ed il nutrito staff tecnico. Quayola si immerge con il suo sommergibile digitale alla ricerca di quelle preziosità che dalle origini del cinema hanno fatto sognare tante persone, fino alle spiagge del nostro presente.
Ma cosa ci aspetta allora dall’altra parte dello specchio del passato? Possiamo familiarizzare con gli algoritmi, o ne subiremo solo la grande ondata, continuando a sentirci naufraghi di un futuro digitale che stentiamo a capire?

Quayola può rispondere solo in parte a queste domande, e lo fa dando respiro al percorso espressivo che propone in questa performance, connotata da un’introduzione ed un atto performativo che segue e continua poi nel tempo.
Con l’introduzione all’opera, entriamo nel mondo che Quayola ha immaginato per questo evento: un susseguirsi di volti femminili del grande cinema dell’Istituto Luce, lavorati attraverso tre momenti iconografici precisi. Il primo potrebbe essere definito quello della riconoscibilità in un ambiente pittorico in via di mutazione. In questa fase l’immagine è connotata un tratto della “pennellata” che potrebbe ricordare quello del puntinismo. Il bianco e nero delle dive è sottoposto ad una continua modificazione che le rivivifica proprio in virtù del ritrovato movimento, e ne propone la virtù poetica con i canoni del presente. Si passa da una netta riconoscibilità, verso forme sempre più sfumate ed impressioniste, che ci fanno immergere nella tessitura liquida del colore. Siamo portati ad evocare il passare del tempo, e il nascere e dissolversi della bellezza. La musica è un tutt’uno con questo movimento, e si espande anche flebilmente al di fuori del Teatro 18. Il secondo momento potrebbe essere definito quello dell’analisi del volto, dove si assiste alla modalità di lettura da parte della macchina dei volti delle attrici. L’obbiettivo è quello di leggere le espressioni degli occhi e della bocca, attraverso una sovrapposizione di piccoli rettangoli luminosi che sono lo schema di lettura adottato. Ma più la macchina le analizza, più noi siamo invitati a chiederci qual è il nostro sentire rispetto a quanto vediamo. Quayola crea al possibilità per i partecipanti, di vivere a ralenti i propri processi percettivi: come abbiamo visto quelle immagini? Come il nostro sentire si muove rispetto alla poetica del visivo?
Questa analisi algoritmica intanto si estende su tutto il corpo, non solo più i volti, è il corpo ora a sparire, ricomponendosi in una miriade di piccoli cerchi colorati. Chiude questo ciclo il terzo momento dell’introduzione, quello della sintesi estrema, giocosa: allora i volti, la storia, ed il loro portato si trovano sintetizzati in un’insegna luminosa, un volto che ci guarda, e lascia che la nostra consapevolezza dello sguardo digitale si rituffi nel susseguirsi che continua a loop, dalla storia, alla pittura, al momento presente.

Tutto questo sarebbe già bastato ad esprimere una felice ricerca del rapporto tra sensibilità umana e algoritmica, tra celluloide e digitale, tra perdita di memoria e rinascita della stessa, ma fino a questo punto siamo ancora nella parte introduttiva, il viaggio della performance non è ancora partito.

Il set di lavoro di Quayola viene messo al centro della sala, è un tavolo enorme attrezzato di tutto il necessario per una live, il pubblico completa il semicerchio degli schermi in un cerchio che già rappresenta in vivo l’operazione che Quayola sta proponendo, il rapporto uomo-macchina, un viaggio che iniziato nella seconda metà del ‘700 continua ancora oggi a vorticare in tutta la sua ambiguità, anche adesso con noi in attesa della performance.

Fino ora abbiamo assistito all’animazione di un’immagine statica, un passato iconografico. Ogni fotogramma statico è sempre anche storia dell’arte antica, adesso invece sugli schermi appaiono immagini in movimento, grumi di colore, sappiamo già che sono un uomo e una donna che ballano, o pescatori che rientrano al mattino su un mare quieto. Anche noi analizziamo le immagini come la macchina, arriviamo a conclusioni, emozioni. La musica è cambiata, da una sonorità più elettronica ad archi profondi. Gli schermi si suddividono in tre o cinque sezioni, e dietro a Quayola compare il modo in cui la macchina sta analizzando le immagini: rettangoli tenuti insieme da rette colorate, danzano anche loro, è l’origine dell’analisi di un corpo in movimento, forme essenziali, a confronto con la massa di colore che prende sempre più forma. L’immagine ora compare in tutta la sua storia, è dettagliata e sovrapposta dagli schemi che prima vedevamo sullo schermo centrale: reticoli di rette per comprendere l’immagine, il modo in cui il calcolo comprende la natura dell’immagine. E così ci si inoltra nel mondo di Quayola, che comincia a giocare con i colori, nell’alternarsi di figure schematizzate, insiemi di rette, definizioni di spazi rettangolari. Rossi, blu, ocra, arancio: invadono la pupilla. Dalla danza a due a quella di gruppo, reminiscenze documentaristiche dell’archivio, piene di quella grazia e classicità che caratterizza le immagini del passato.
Dove siamo? Stiamo riscoprendo il mondo, come già quando le persone al cinema osservavano usanze popolari di altri luoghi? Arriviamo negli anni ’60, forse prima, una signora anziana attraversa la strada, macchine che passano. L’algoritmo procede con le sue analisi, il colore fluisce da una campata di schermo ad un’altra. Ora che conosciamo il campo espressivo, Quayola entra placidamente nella natura selvaggia: cowboy, mucche, e cavalli dentro a questo flusso immaginativo, una commistione tra uomo e macchina. Ne emerge la pura forma delle cose, mentre la macchina si avvicenda per cercare di comprendere quanto si pone al suo sguardo. Sottoposta all’incontro con l’emozione che sprigiona dall’immagine la macchina da vita a una serie di errori interpretativi, essenzializza, perde la solidità analitica che la caratterizza e dialoga con l’invenzione cromatica dell’artista.

Conclude questa performance la danza di una ballerina classica e un gruppo di danzatori su un palco teatrale, mentre l’algoritmo continua nel suo avvicendarsi tra comprendere e fraintendere.

Trovo felice la scelta di un artista contemporaneo, da parte dell’Istituto Luce, proprio nel momento in cui si cerca di valorizzare il ricco patrimonio passato del paese. A seguito della performance sembra che l’opera “Luce” sia pronta ad avvicinare un pubblico vasto, che si muove tra esperienza conoscenza e curiosità.

La strada intrapresa da Quayola nella rivalorizzazione delle immagini è vitale, ma al contempo proietta su tutto il suo lavoro domande e perplessità che sono parte del dibattito contemporaneo.

Speriamo di vedere presto quest’opera aperta al grande pubblico, proprio in virtù di questa doppia valenza che oscillando tra passato e presente slancia verso una maggior presa di consapevolezza su una tematica sempre più in rapida espansione.


Comunicazioni ufficiali sulla mostra:

“LUCE” – Relazioni temporali e nuovi dipinti algoritmici è l’opera digitale creata da Quayola e incastonata tra le iniziative presentate dalla presidente di Cinecittà, Chiara Sbarigia, per celebrare il centenario dell’Istituto Luce, uno dei più preziosi tesori nazionali e internazionali di memoria e cultura. Questa straordinaria installazione esplorerà una nuova gestualità ed estetica algoritmica attraverso i dipinti digitali dell’artista.

100 anni di Luce

Commissionata dall’Istituto Luce, l’opera “LUCE” di Quayola è presentata come evento, performance e installazione immersiva sul monumentale schermo del Teatro 18 di Cinecittà, lo smart stage con uno dei ledwall più grandi d’Europa per riprese virtuali.

L’artista, durante la fase di ricerca, ha analizzato migliaia di immagini e video dell’Archivio Luce mediante sofisticati software di analisi per estrapolare dati legati a caratteristiche, movimento e composizione. Questi dati, grazie alla loro espressività intrinseca, hanno guidato la selezione delle immagini e dei video per la creazione dei dipinti digitali.

Attraverso una pratica che ibrida tradizione pittorica e ricerca tecnologica, Quayola darà nuova vita ai materiali dell’Archivio Luce. L’opera rappresenta un esempio della capacità propulsiva del nuovo corso dell’Istituto Luce, che intende fare cultura e non semplicemente conservarla.

Il progetto affidato da Cinecittà a Quayola per il Centenario del Luce rientra nelle linee guida del programma culturale per Cinecittà, che fin dal principio ho improntato all’insegna della multidisciplinarietà e dell’ibridazione dei generi, così com’è nella natura della Settima arte, che ne compendia diverse perché un film è un’opera di collaborazione composto da una sceneggiatura, una colonna sonora, delle luci, dei costumi, delle scenografie.  Da queste premesse è nato, ad esempio, l’invito a Vanessa Beecroft, affinché realizzasse a Cinecittà il suo lavoro più imponente, legato alla tradizione cinematografica del luogo ma anche denso di linguaggi diversi – da quello fotografico, a quello pittorico, a quello teatrale – nella forma potente e suggestiva della performance. O le collaborazioni con i fotografi Francesco Jodice, Silvia Camporesi, Anna di Prospero.

Tutto sempre a partire dal ruolo centrale che riveste il Luce, patrimonio nazionale di immagini e filmati che deve essere divulgato, valorizzato, arricchito e messo in dialogo con altre espressioni artistiche.”  – commenta la Presidente di Cinecittà Chiara Sbarigia, sottolineando che –  “L’opera-evento di Quayola, che coniuga tradizione pittorica e ricerca tecnologica, trasformando le immagini storiche dell’Archivio in dipinti algoritmici sul ledwall del Teatro 18, è la tappa più recente di un processo teso a rendere Cinecittà sempre più un luogo di pensiero e di produzione culturale stimolante e inclusivo, un laboratorio di ricerca aperto ai dibattiti del nostro tempo e alle forme d’arte più innovative per offrire esperienze diverse come l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze al servizio della collettività.”

Il Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni Tra i compiti principali del Ministero della Cultura rientra la conservazione dello straordinario patrimonio culturale dell’Italia, di cui importanti testimonianze del Novecento si trovano custodite negli archivi dell’Istituto Luce. Traendo ispirazione da questa eredità, l’opera-evento di Quayola esalta il nostro passato e lo traghetta alle generazioni future nella forma di un’espressione artistica inedita che fonde creatività e nuove tecnologie, un progetto in cui centrale resta l’ingegno umano. E sulla centralità del ruolo dell’artista rispetto alle macchine ci siamo già pronunciati in occasione del convegno su rischi e opportunità dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito culturale promosso al Ministero, un principio ribadito dal disegno di legge del Governo approvato lo scorso aprile in Consiglio dei ministri”.

L’opera di Quayola supera la dimensione temporale delle immagini storiche, focalizzandosi sulla “pura forma” piuttosto che sull’iconografia o sul significato storico e sociale. In questa nuova sensibilità algoritmica, ricordi ed emozioni diventano estranei al linguaggio della macchina. L’algoritmo si confronta con l’incertezza, l’errore e le probabilità, generando una “poetica dell’errore“. La fallibilità della macchina, rispetto al suo ideale di precisione meccanica, diventa l’oggetto centrale dell’indagine estetica di Quayola.

Spiega Quayola“Credo che non ci sia mai stato un momento in cui il dibattito ‘reale vs artificiale’ sia stato più rilevante di come è ora e di come sarà negli anni a venire.

Nel mio lavoro cerco di riflettere sul fatto che viviamo in un’epoca permeata dalle nuove tecnologie, dove lo sguardo umano si ibrida con quello degli apparati tecnologici. La tecnologia, in quanto amplificatore delle percezioni umane, imprime alla realtà una modalità di visione che è allo stesso tempo aliena e rinnovata. 

La macchina e il suo linguaggio, il codice, sono portatori di un’innovazione estetica che prende forma in una nuova gestualità; in LUCE i dati estratti dalle immagini e dai video di archivio diventano nuove unità espressive.”

La nuova opera dell’artista testimonia, dunque, la capacità innovativa dell’Istituto Luce, che guarda al futuro con l’intento di creare cultura attiva e dinamica. L’evento del 31 maggio segna un importante passo in avanti nella celebrazione del centenario di questo pilastro della memoria e dell’immaginario degli italiani.

Comunicazioni ufficiali, video e immagini dagli Uffici Stampa Cinecittà, Zebaki Comunicazione e FramStudio.

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