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La ruggine e ”La Cura”: il murale di Franco Battiato a Nardò – Intervista a Gabriele Quarta “Kabo”

Far respirare un muro attraverso un’opera.
È ciò che ha reso possibile Kabo (Gabriele Quarta, classe ‘96) con il murale che ha consegnato a Nardò: un’opera che si vede tutta d’un colpo, ma che non si finisce mai di leggere.
Deliberatamente profondo, come solo lui sa essere.
Franco Battiato è lì, seduto su una sedia a dondolo, come chi ha già detto tutto e aspetta soltanto che il mondo lo raggiunga. Intorno a lui, come un suolo invisibile, scorrono le parole de La Cura: non decorate, non esibite, ma strutturali, portanti, nascoste come lo sono le fondamenta di una casa.
È questa la prima scelta che rivela la natura significativa dell’opera: Kabo non ha illustrato Battiato, lo ha ricostruito. Ha scelto come impalcatura una canzone che non parla di morte né di celebrazione, ma di protezione. Di qualcuno che promette di tenere lontani i vortici del mondo. E lo ha fatto su un muro di edilizia popolare, in un quartiere che sta cambiando pelle, come se la promessa contenuta in quei versi si rivolgesse anche al luogo, non solo alla memoria del cantautore.
Il catalogo visivo che ne deriva è sontuoso e misurato allo stesso tempo.
Il feto di Fetus, primo album di Battiato, pietra d’angolo della musica italiana che ha saputo coniugare più generi, galleggia nell’opera come un’origine sempre presente, come a dire che ogni forma nasce da uno stadio larvale, persino un genio.
I fiori di Fleurs sbocciano in monocromo. Tutti tranne uno: la rosa rossa, unico squarcio cromatico in un campo di grigi, l’unico elemento che Battiato stesso aveva disegnato per quella copertina. Kabo la conserva come una reliquia, come il dettaglio che non si può toccare perché è già perfetto.
Poi, il cielo di Mondi lontanissimi, quella spazialità cosmica che Battiato portava sempre con sé come una patria alternativa.
E infine, la sezione aurea di Centro di gravità permanente, non citata, ma incarnata nella struttura stessa della composizione, nel modo in cui i pesi visivi si bilanciano e si rispondono.
Il risultato è un’opera che funziona a distanza ma che premia l’avvicinamento.
Chi si ferma, chi guarda, chi cerca, trova strati che non finiscono. Non è la nostalgia a governare questa parete, ma qualcosa di più inquieto e più vivo: la domanda su cosa rimane di un artista quando la voce si spegne.
La risposta di Kabo è che rimane la struttura. Rimane la cura.

Ringraziamo Gabriele Quarta “Kabo” per aver risposto alle nostre domande.

Il murale che hai realizzato a Nardò per il quinto anniversario della scomparsa di Battiato è costruito sul testo de La Cura come griglia invisibile, con una sola rosa rossa a rompere il monocromo, e una costellazione di simboli tratti dalle sue copertine — da Fetus a La voce del padrone, da Fleurs a Centro di gravità permanente. Com’è nata questa architettura visiva? C’è stato un momento in cui hai capito quale canzone doveva essere il cuore dell’opera?

Potrei cucire trame logiche e architetture visive studiate a tavolino per innalzare la mia abilità nella progettazione e nel gusto estetico, ma credo che la verità sia l’anima dell’arte, e ciò che ha determinato la stesura del progetto non è partita direttamente da me, ma è stata concepita nel momento esatto in cui ho accolto tutte le circostanze in cui l’universo mi ha proiettato.
Non ero un esperto di Battiato, lo avevo ascoltato nel corso della mia vita sempre per caso. Un mese prima di sapere che dovevo fare un murale su di lui iniziai ad ascoltarlo più intensamente, così in modo disinteressato mentre dipingevo dei quadri per la mia prima mostra personale.
Poi mi arriva una chiamata di Gianluca il consigliere alla street art di Nardò e mi dice se volevo fare un opera su Battiato. La pelle d’oca irrompe al suono del suo nome e il cuore si ferma per un attimo.
Mi sembrava una coincidenza, ma poi iniziato il viaggio il maestro si è mostrato in vari episodi molto specifici e non ho avuto dubbi.
Iniziai la progettazione nella Putea (il mio studio) ed entrai in crisi subito, mi sentii subito in sintonia con il maestro e volevo ritrarre la sua anima non solo il suo volto.
Scelsi la foto dove era seduto sulla sedia a dondolo, senza sapere che quella foto era quella usata per l’album La voce del padrone, poi guardandola e riguardandola meditai su cosa fosse per me il centro di gravità permanente e guardandomi intorno vidi un’opera che avevo fatto ascoltandolo che ritraeva un feto e pensai che il centro di gravità permanente potesse essere il cercare la parte più intima di sé stessi, fino ad arrivare al feto.
Legato il tutto con due sezioni auree che si intrecciano perché tutto viene e va e per sottolineare l’armonia ho inserito sulla parte sinistra dei fiori e mandai il progetto al committente così.
Restai stupito quando mi arrivo l’audio del committente che mi elogiava per la citazione a Fetus che io non conoscevo e li sentii la pacca sulla spalla del maestro.
Allora cercai e trovai Fleurs e scoprì la rosa che dipinse lui e la aggiunsi come unico elemento colorato dell’opera.
Il resto è da scoprire.

il murale di Franco Battiato a Nardò, opera di Gabriele Quarta Kabo

Foto di Gabriele Quarta Kabo

Battiato ritorna nel tuo lavoro in modi molto diversi tra loro: nel murale di Nardò come architettura simbolica e visiva, e nell’opera Se nella vita non fai cose che ti rapportano con la morte hai sprecato un’esistenza, pittura su lamiera d’acciaio e alluminio donata al Museo Materdomini di Arnesano, come dispositivo concettuale che interroga il rapporto con il limite, la vulnerabilità e il tempo. Sono due opere molto diverse per supporto, scala e contesto. C’è qualcosa di personale nel tuo rapporto con Battiato che le lega, o ogni volta il confronto con lui riparte da zero?

Sai, ho scoperto nel percorso che quando riesci ad accogliere ciò che l’universo ti pone davanti e ti fermi a guardare tutti quei dettagli, o quelle che chiamiamo “coincidenze”, in un certo senso stai seguendo un ordine complesso, indecifrabile, esoterico.
Magari all’inizio non lo capisci, e se ti sforzi a capirlo lo comprometti; io, con Battiato, mi sono lasciato andare nel viaggio che l’universo ha cucito sulle lenzuola sporche del mio “adesso”.
A Mater Domini avevo a che fare con uno spazio che invocava, sotto qualsiasi punto di vista, l’eternità.
Opere di ferro esposte alle intemperie, fatte per restare, situate in una cava circondata da natura incontaminata e la storia di un piccolo borgo che l’anima sentiva.
Allora ho ripreso un concetto su cui Battiato lavorava da sempre, ossia quello del rapporto con la morte, che nello spazio dell’eternità aveva un significato profondo per lo spettatore che era già pronto a confrontarsi con il tempo.
Dunque ho deciso di fare un “teschio sullo specchio” come per richiamare il memento mori e cercare di porre una domanda allo spettatore.
Mentre il murale a Nardò dialoga con un ambiente diverso, seguendo le correnti dell’anima: si è creato da solo, anche e soprattutto in base alla mia empatia.
L’empatia cuce trame invisibili e l’intuizione è l’ago che dà lo spunto per intercettarle.

Nell’intervista che hai rilasciato a gennaio hai parlato di artisti come Siqueiros, Orozco e Rivera che andarono su muro per fare la rivoluzione, non per decorare. Il murale di Battiato nasce da una committenza pubblica, all’interno di un intervento di riqualificazione urbana. Come hai mantenuto viva quella tensione tra messaggio autentico e contesto istituzionale? Il muro di un quartiere popolare cambia qualcosa nel modo in cui pensi e costruisci un’opera?

Nel mio percorso ho affrontato tante battaglie, ho avuto tante batoste, ho anche cercato di cambiarmi per “lavorare”, ma poi alla fine ho scelto di “essere”. Dico questo perché mantenere vivo quel fuoco, per me, è stata una scelta dettata dalla consapevolezza di aver conosciuto una parte di me: quella che crea, quella che ha sensibilità, quella che ha un messaggio da trasmettere, e anche quella che, allo stesso modo, si deprime, piange e si rialza.
Ho deciso di prendere solo commissioni date da gente che umanamente rispetto e che, di conseguenza, mi chiama per quello che sono, non per quello che potrei essere secondo loro.
Chi mi accoglie è il benvenuto nel mio universo, ed è quello che è successo a Nardò.
Gianluca Fedele mi ha dato fiducia piena e lo spazio di respiro necessario affinché l’arte si compia.
Quando dipingi in strada sei consapevole che hai a che fare con passanti variegati e di ceti sociali diversi. Ma questo non è un limite, è un’opportunità di poter trasmettere qualcosa di incisivo al prossimo.
Solitamente ho un approccio “stratificato” nel quale c’è uno strato estetico gradevole, poi uno strato compositivo armonico, e poi più scavi, più ti fermi a guardare, più scopri concetti nuovi.
Lo faccio con la simbologia e l’esoterismo, ma soprattutto con l’intenzione di aprire porte a chi guarda.

Gabriele Quarta Kabo

Foto di Martina Mazzotta

Hai detto che stai lavorando alla tua prima personale, “a fuoco lento”, come un film di Lars Von Trier. A distanza di qualche mese da quella dichiarazione, come sta prendendo forma? E più in generale: dopo Brera, la strada, i murales, dove senti che sta andando il tuo lavoro adesso?

Ti ringrazio per aver citato il mio regista preferito.
Per dirla alla Von Trier, “l’artista deve soffrire”: non vale a dire che deve soffrire a causa dell’ambito artistico, ma che deve nutrire il suo spirito di empatia e attenzione.
Tutto ciò che reca sofferenza e paura può essere uno spunto di riflessione artistica, in grado di elevare il proprio spirito e, di conseguenza, la carica energetica delle opere.
La mostra sta “accadendo” in totale naturalezza, le opere stanno uscendo in collaborazione con il cosmo, con il tempo e con la mia anima che si sente pronta ad uscire.
L’approccio che sto avendo nel dipingere è lo stesso che aveva Battiato ne La voce del padrone: mi sento di poter parlare a tutti e ai pochi, mi sento di poter trasmettere in “essenza” un messaggio profondo di cui l’umanità ha bisogno.
Tutti i percorsi che ho fatto mi hanno portato ad avere consapevolezza dei miei mezzi e di come adoperarli al fine di arrivare a tutti, al fine di valorizzare ciò che “valorizza”, al fine di compiere una piccola rivoluzione.
La personale sarà un viaggio in un microcosmo che riflette il macrocosmo, sarà inaspettata e misteriosa, tanto misteriosa che per scelta ancora non ho deciso dove avrà luogo: me lo dirà l’universo quando lo riterrà opportuno.
Il mio lavoro sta seguendo una linea verticale, va verso un’elevazione spirituale e meditativa, non segue logiche di mercato contemporanee, tanto meno dinamiche di marketing.

Si ringrazia l’artista per le foto.