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SALUTI AL GIORNO di Alessio Moitre e Elyron Unthink, presso Galleria Moitre, Torino

Intervista a cura di Luca Swanz Andriolo

La prima cosa che si nota entrando in galleria è che lo spazio espositivo pare sospeso, come i volatili raffigurati o suggeriti dai gesti pittorici di Elyron Unthink. Le opere, che si mostrano come esercizi grafici vagamente decorativi, senza simboli o implicazioni metaforiche evidenti, chiamano il fruitore affinché si avvicini. Solo allora si può scorgere una parola in dialogo con delle macchie d’inchiostro: è questo a creare il calligramma stesso, visto che i sintagmi sono singoli, isolati, perentori e insieme allusivi, come misteriosi affioramenti da un bianco silenzio (mi si perdoni la sinestesia). Le parole sono scelte del gallerista stesso e le opere sono un dialogo.

Se si chiede all’artista che cosa lo abbia portato a questa sintesi, risponde con generosità:

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

Faccio l’illustratore e il grafico da molto tempo. Con tecniche e linguaggi anche molto diversi tra loro. Circa quattro anni fa ho cominciato a praticare meditazione zen.

L’interesse verso lo zen scaturisce da una forma di curiosità – e forse anche di affinità – verso una visione del mondo completamente non-duale. Che non pone confini o limiti predefiniti, di alcun tipo. Un punto base di questa visione, di questa “filosofia” è la percezione: percepire il mondo non significa semplicemente “aprire” la finestra dei nostri sensi e far passare qualcosa da un presunto esterno a un presunto interno.

Significa (semplicemente) essere la finestra. Non porre confini tra cosiddetto mondo esteriore – fisico – e cosiddetto mondo interiore – mentale, o del pensiero, o spirituale se ci si vuol spingere fin lì. Senza che sia obbligatorio o importante spingersi fin lì.

Da questo (non) punto di vista, tutto ciò che appare e tutto ciò che sorge è manifestazione. Non è interessante sapere o chiedersi “manifestazione-di-cosa”. Manifestazione, basta. Si tratta di restare in uno stato di osservazione. Coltivare questo stato. Abitarlo.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

Occorre, però, inquadrare la tecnica e l’estetica, il “genere” di questa forma di pittura.

La pittura che pratico e che sto continuando ad apprendere ha le sue radici in questo modo di abitare il mondo. Tradizionalmente è stato chiamato sumi-e o suibokuga, due parole giapponesi che entrambe significano “pittura ad inchiostro (nero)”. È notevole come in queste parole non ci siano vere connotazioni stilistiche o legami con particolari aspetti tecnici che – erroneamente – sovente vengono attribuiti a questa forma artistica, e non soltanto nel nostro occidente. Manifestazione, basta. Pittura ad inchiostro, basta. Ripartendo di qui, questa è, dovrebbe essere appunto, pittura della manifestazione – una via, più che un’idea, che si pone in modo complementare rispetto a quanto tutti noi siamo abituati a considerare come pittura: che sia cioè essenzialmente “rappresentazione”, e “rappresentazione-di-cosa” (e qui diventa essenziale chiederselo). Nemmeno la “nostra” pittura astratta è esente da questa concezione, perfino quando dichiara (appunto!) di non rappresentare altro che se stessa.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

Eppure, siamo ben lontani dall’astrattismo e si stenta a credere ad una vera aleatorietà…

La pittura ad inchiostro che cerco di praticare, benché negli esiti possa essere ben letta in chiave di rappresentazione (e non c’è nulla di male in questo, beninteso) tenta una connessione diretta – di più: una totale identità – tra pensiero e mondo, di fatto togliendo di mezzo la soggettività del pittore.

Non si perseguono forme compositive o simmetrie. Non si considera “bello” un dipinto. O “brutto”, di conseguenza. Semmai: vivo.

Nessuno dei soggetti è una copia: riprodurre ciò che si vede “dal vero” o da una fotografia significa falsificare, frapporre lo schermo della propria mente tra pensiero e realtà. Realtà è precisamente ciò che si manifesta. È una pratica che procede verso una sempre maggiore ricettività e non accumulando esperienze o sempre maggiori abilità tecniche.

È una pittura veloce, che si esegue senza ripensamenti e senza possibilità di correzioni. La volontà che si persegue non è quella dell’azione del pittore. La volontà è quella di ciò che si manifesta senza agire. Ciò porta naturalmente questa pratica pittorica a “condensarsi” verso la manifestazione di soggetti – entità – floreali, arboree, “vegetali”. Una pianta, un fiore, sono pura domanda. Non c’è volontà in un arbusto. Esiste, e si presenta, attraverso la finestra della nostra percezione (della nostra coscienza? Esiste davvero qualcosa che chiamiamo coscienza?). Non c’è romanticismo, non ci sono compiacimento o nostalgia in questa pittura. Semmai una grande, assoluta domanda. Da dove proviene tutto ciò. Cos’è tutta questa vita nella quale siamo immersi e di cui siamo parte.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

Quindi si può dire qualcosa dell’accantonamento, relativo, dell’ego dell’artista?

L’ego non va considerato come negativo, velenoso, tossico. È ciò che ci connette col mondo. Non va cancellato o abolito. Semplicemente, bisogna che riconoscere che non siamo solo quello. È una lettura del mondo, ma la Natura si manifesta senza ego. Quindi, in caso, l’ego serve per osservare. Simbolicamente, quando hai fatto l’inchiostro, il tuo lavoro è finito: hai compiuto l’unica azione che tu, come artista, sei in grado di fare. Il resto viene da sé. La Natura si esprime poi liberamente.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

Ma un dipinto è ancora Natura?

Lo è, perché tutto è Natura. Anche il nostro ego, alla fine. Questo tipo di pittura è istantanea, è come l’istante della percezione. Vedi una pianta per strada, la noti, la pianta è. Ed era già dentro di te. Un allievo di Suzuki Roshi, a un allievo che domandava: quanto ego ci serve, rispondeva: abbastanza per sopravvivere. L’ego ci serve per non finire sotto un tram. Quello in più non serve, oppure serve, ma basta osservarlo, considerandolo parte della natura. Quando pensiamo di essere solo ego, forse il problema c’è.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo


A questo punto, sarebbe poetico continuare l’intervista con singole parole e segni, rendendo l’intervista opera e l’opera una prosecuzione del dialogo.

immagini da Saluti al giorno, mostra di Alessio Moitre e Elyron Unthink Foto di Luca Swanz Andriolo

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